martedì 10 giugno 2008

Robert James Fischer

Fabio Lotti, che ringrazio nuovamente per i suoi pezzi, mi ha inviato un profilo del mitico Bobby Fischer, piacevolissimo da leggere e pubblicato nella rivista "L'Italia Scacchistica". Buona lettura!

Il 1972 costituisce una pietra miliare per il gioco degli scacchi. Confinati da tempo immemorabile nell’angusto spazio degli specialisti, essi assurgono improvvisamente alla ribalta della cronaca mondiali per mezzo di due "attori" straordinari: l’americano Bobby Fischer ed il sovietico Boris Spassky. Come copione la "recita" per il campionato del mondo, come "teatro" Reykiavik, nella gelida Islanda. Tutti i riflettori sono puntati su questo avvenimento che travalica il puro interesse per il "nobile giuoco". L’uno di fronte all’altro non stanno solo due Grandi Maestri di altissimo livello ma due nazioni, due società diversissime e antiteche tra loro: la democratica, aperta e libera America contro la opprimente, chiusa e gretta Unione sovietica. Così almeno viene visto e vissuto il confronto dalla opinione pubblica che si divide e tifa come in una partita di calcio.
Ma cosa era successo perché un "estraneo", un occidentale, dopo tanti anni di scontri fra "consanguinei" dell’est riuscisse a diventare un pretendente alla corona mondiale?
Robert James Fischer, o meglio Bobby, come lo chiameranno amici ed ammiratori, nasce a Chicago il 9 marzo 1943 da Gerhard, fisico tedesco immigrato in USA e da Regina Wender, ebrea svizzera. Una unione infelice presto naufragata. Nel 1945 c'è il divorzio e la madre si assume il peso della gestione familiare mentre il padre sparisce del tutto, o quasi. Quattro anni più tardi il trasferimento a Brooklin dove la Wender svolge il suo lavoro di maestra elementare.
Bobby ha una sorella, Joan, più grande di tre anni ed insieme apprendono i primi rudimenti degli scacchi in modo del tutto occasionale "…dalle istruzioni allegate ad un omaggio unito ad una scatola di caramelle, acquistata nella pasticceria di casa". (A.Bisguer "L’evolversi di una leggenda" in "Fischer, analisi di un genio" di R.G. Wade e K. S. O'Connell, Prisma, Roma 1989, pag. 45). Il Destino, si sa, mette le mani dappertutto e i cosiddetti "omaggi", spesso bistrattati, talvolta servono pure a qualcosa. Il Nostro non è precoce come il bambino prodigio Reshevsky, che tante volte abbiamo ammirato nelle fotografie di rito giocare sulla punta della sedia fra una caterva di esperti, stralunati secchioni, ma guadagna ben presto terreno lasciando alle spalle il pur diabolico connazionale. Impossibile trascrivere tutta la fantastica carriera di Fischer e perciò ci limiteremo a fissare i punti più importanti.
A otto anni già frequenta il Brooklin Chess Club e poco dopo il prestigioso Manhattan Chess Club (chi avrebbe mai pensato che l’imberbe ragazzino immortalato proprio lì in una foto storica con l’indice della mano sinistra tra le labbra, in dubbio se muovere o meno la Regina nera, sarebbe diventato un giorno campione del mondo!) dove si fa, come si dice, le ossa. Nel 1956 vince il campionato dei giovani ripetendosi l’anno successivo. Nel 1958 ottenendo il quinto posto nel torneo internazionale di Portorose si laurea Grande Maestro. A soli quindici anni! In campo nazionale non ha praticamente rivali, le statistiche lo danno primo in ben otto campionati degli Stati Uniti. In quello internazionale si mette presto in mostra vincendo il torneo di Mar la Plata nel 1960, piazzandosi bene o vincendo altri tornei successivi, partecipa con onore a diverse Olimpiadi e nell’incontro URSS - Resto del mondo, svoltosi a Belgrado nel 1970, totalizza ben tre punti su quattro contro Petrosjan. Nello stesso anno vince i tornei di Zagabria, Buenos Aires e di Palma Di Maiorca nel quale distanzia il secondo classificato, un tipetto come Geller, di tre punti e mezzo. Fa letteralmente impazzire gli avversari nel gioco lampo dove non ha rivali.
Ciò che colpisce, tuttavia, non è solo il suo gioco ma la sua personalità capace di attirare l’attenzione dei mass media, di movimentare in qualche modo il quieto mondo degli scacchi con le interviste, gli articoli, le "bizze" che ritroveremo anche in seguito. Alto, bello, slanciato, un fisico da attore holliwoodiano, sicuro e impavido, quando non strafottente, egli entra come un ciclone nel regno compassato della ninfa Caissa. Diventa il simbolo del riscatto degli occidentali, il Vendicatore Solitario, colui che potrebbe mettere finalmente in crisi l’atavico impero russo.
E si arriva, così, al match dei candidati per il campionato del mondo del 1971 che ha come obiettivo la sfida a Spassky, il suo re. Bobby aveva già fatto vedere di che pasta fosse fatto (qualcuno lo aveva paragonato addirittura al mitico Capablanca con il vantaggio di un carattere più combattivo e votato alla vittoria). Il suo "stile universale" coniato dal terribile Viktor Kortschnoj, che verrà valutato appieno solo in seguito, avrebbe impressionato chiunque. Eppure ancora non era stata apprezzata del tutto la sua reale forza di gioco e prima dell’inizio dell’incontro "Botvinnik scrisse un articolo in cui valutava le chanches di Fischer con molta cautela e poca fiducia, sostenendo che l’americano era troppo condizionato dalla sua eccezionale memoria nell’approccio teorico e molto meno dotato della creatività e nella ricerca dell’originale" (L.Barden), dimostrando così di essere più forte come giocatore che come indovino.
I primi pretendenti, Taimanov e Larsen, vengono letteralmente schiantati con un secco sei a zero che lascia tutti i commentatori a bocca spalancata. I due perdenti non sono dei fighetti, delle mezze calzette qualsiasi ma hanno alle spalle un cursus honorum di tutto rilievo. Da far strillare di piacere Caissa. Anche se costruito con mezzi totalmente diversi. Il primo si è fatto apprezzare per il gioco elegante ed armonioso come le note che riesce a tirar fuori dalla tastiera del pianoforte; il secondo è un tattico indiavolato, un dinamitardo impazzito delle sessantaquattro caselle, unico, tra l’altro, ad avere sconfitto Fischer nel citato torneo di Palma di Maiorca. Si cercano delle spiegazioni, delle scuse e si trovano nel loro atteggiamento mentale troppo fiducioso ed ottimistico. Con Petrosjan, qualcuno sussurra, sarà un’altra cosa. Tigran è famoso per il gioco duro e coriaceo come la pelle d’un coccodrillo. Il "boa conscrictor" dell’est soffocherà lentamente nelle sue spire il damerino stelle e strisce. L’inizio dell’incontro sembra confermare questa valutazione: una vittoria, una sconfitta e tre patte di seguito. Il momento della verità arriva alla sesta partita. La difesa attendistica dell’armeno che lo aveva reso celebre in tutto il mondo non paga. Fischer prende il sopravvento e poi dilaga vincendo le restanti tre partite.
E' fatta. Si giunge in un tripudio di gloria da parte di tutta la stampa mondiale all’incontro del secolo contro il calmo, gentile, compassato Boris Spassky in netto contrasto con la personalità devastante dell’americano che fa i capricci come un bambino viziato. Le richieste economiche, i diritti televisivi, la distribuzione delle camere, il contatto con il pubblico, la comodità delle poltrone, il tipo di scacchiera, quello dei pezzi e così via. Viene rimandata anche la data dell’incontro. Il bizzoso Bobby vede giusto in un’ottica più vasta intuendo che gli scacchi stanno per diventare un vero e proprio affare.
Sia come sia il match inizia con una delusione per gli ammiratori dell’americano che non si presenta nemmeno al secondo incontro. Poi c’è una Benoni tutta da ricordare con quel Cavallo così seducente in h5 che provoca la disfatta del sovietico seguita da un crescendo di patte e di vittorie fino a giungere all’undicesima partita, alla famosa variante del pedone avvelenato della Siciliana nella quale Boris riesce ad intrappolare abilmente la sconsiderata Regina dell’avversario. Un colpo da stendere un toro ma Fischer è ben temprato, non demorde. Seguono otto patte e due vittorie per lui. Il 1 settembre 1972 è campione del mondo! L’incontro viene visto un po' dappertutto, si formano dei veri partiti a favore dell’uno o dell’altro giocatore, si accendono focose discussioni in gran parte del globo quadrettato. Anche la stampa italiana offre per la prima volta il suo contributo ad un evento scacchistico. Nascono i primi figli degeneri di Fischer tra cui anche il sottoscritto. Egli è all’apice della gloria. Il più forte di tutti. Si prospetta, finalmente, un lungo regno occidentale. Ma Fischer si ritira. Il resto non conta.
Fabio Lotti

Quando ho scritto questo articolo il nostro Bobby era ancora vivo. Oggi conosciamo tutti come è stata la sua fine. Ognuno la giudichi come vuole. Noi salutiamo l’uomo e applaudiamo il campione che se n’è andato.