venerdì 22 agosto 2008

Semplicità e complessità nei Finali di Torre


Con questo ottimo articolo sui finali scritto a quattro mani dalla GMf Elena Sedina e dal Maestro Alexej Kosikov (pubblicato nel numero di maggio 2001 della rivista Torre & Cavallo Scacco!), terminano gli aggiornamenti di agosto causa vacanza. Ci risentiremo direttamente a settembre per l'attesissimo super torneo di Bilbao. Non mi resta che augurarvi un buon fine agosto salutandovi con l'articolo

Semplicità e complessità
nei Finali di Torre

del gmf Elena Sedina e del m Alexej Kosikov


Oggi, è difficile immaginare uno scacchista ad alto livello senza la necessaria abilità nel giocare i finali e senza avere sviluppato la tecnica della realizzazione del vantaggio materiale o posizionale.

Perchè bisogna conoscere il finale?

Non sarebbe possibile nel corso del perfezionamento sportivo puntare solamente alla preparazione delle aperture, alla tattica e alla strategia del mediogioco, cercando di colpire l'avversario subito dall'inizio della partita, senza arrivare in finale? Si, si potrebbe fare così ma solo a condizione che non si ponga come scopo di aumentare la propria forza di gioco oltre il livello delle categorie nazionali. Per raggiungere la classe superiore è necessario lavorare seriamente anche sui finali per i seguenti motivi:
  1. Il finale è l'ultimo e conclusivo stadio della partita a scacchi. Tanti di noi potrebbero ricordare dolorosi episodi dalla propria pratica scacchista quando una partita giocata in maniera eccellente in mediogioco è stata sprecata in finale! Non è difficile nominare tanti scacchisti, compresi Grandi Maestri sia dell'epoca moderna che del passato, che non sono riusciti a conseguire grandi successi a causa del loro scarso livello di gioco in finale.
  2. La forza di gioco dello scacchista, il livello della sua comrensione degli scacchi, dipende non solo dalla sua capacità di valutare con precisione la situazione sulla scacchiera ma anche dall'abilità di prevedere lo svolgimento degli avvenimenti futuri legati anche ai possibili cambi dei pezzi e, come conseguenza, al trasferimento della partita in finale. Dopotutto è chiaro che il "finale-fantasma" influenza l'andamento del combattimento sono solo nel mediogioco, ma addirittura già in apertura.
  3. Agli stadi iniziali del perfezionamento scacchistico il fattore determinante della valutazione della posizione è semplicemente "la quantità delle Donne" sulla scacchiera e quindi quasi sempre il destino della partita viene deciso in apertura o in mediogioco. Ma con l'aumento della maestria scacchistica i finali capitano sempre più spesso e ai livelli di Maestri o Grandi Maestri il più piccolo indebolimento della posizione che si sfrutta in finale, può diventare decisivo.
Quali sono le particolarità del finale che lo distinguono dal mediogioco?
  1. Il fattore determinante è la relativa sicurezza del Re e quindi la possibilità della sua centralizzazione.
  2. La quantità dei pezzi sulla scacchiera è limitata. Questo comporta l'estrema necessità della loro attivazione (compresa la centralizzazione del re).
  3. Il ruolo dei pedoni in finale aumenta.
  4. La maggiore importanza del tempo e quindi la necessità del calcolo preciso delle varianti.
  5. Aumenta il ruolo delle "sottigliezze", dei più insignificanti cambi nella posizione. Di conseguenza ogni finale esige, di regola, una valutazione concreta. Le ragioni generali spesso risultano sbagliate.
In che cosa si rivela la specificità dei finali di Torre che li distingue da tutti gli altri tipi di finali? Per diverse ragioni, soprattutto i finali di Torre richiedono molto studio. In primo luogo, essi succedono più spesso. Nella maggior parte delle aperture i pezzi leggeri e le Donne "contattano" subito (e, come risultato, vengono cambiati presto) mentre le Torri iniziano a giocare dopo, quando le colonne vengono aperte. In secondo luogo, i finali di Torre contengono tante posizioni teoriche (posizioni con quantità di pedoni ridotta), la cui conoscenza è assolutamente necessaria, mentre in altri tipi di finali le posizioni teoriche spesso sono molto semplici o comunque risolvibili con metodi generali. E, principalmente, tanti finali di Torre sembrano molto semplici, ma quasi sempre gli studi più profondi rivelano delle risorse nascoste. Dietro l'apparente semplicità molto spesso si nascondono delle complicazioni. Bisogna stare attenti a non essere superficiali, valutando i finali di Torre!

diagramma 1

diagramma 2

Date uno sguardo a queste due posizioni. Sono simili come due gocce d'acqua mentre la loro valutazione è completamente diversa. Prima di leggere gli ulteriori commenti cercate di decidere da soli quale delle due è vinta per il Bianco e quale invece è patta. Probabilmente avrete capito che nella posizione del diagramma 1 il Bianco non riesce a vincere: 1.Rf4 Ta4+ 2.Re5 Ta5+ 3.Rd6 Ta6+ 4.Rc7 4.Rc5 Ta7 4...Ta7+ 5.Rc6 Ta8 6.Rb7 Tf8 7.Rc7 Ta8 il Bianco non può vincere. Anche altre continuazioni non cambiano la valutazione: 1.Tf4 Tb8 2.Ta4 Tb5; 1.f7 Tf8 2.Tf6+ Rg7 3.Rh5 3.Rf5 Tf7 3...Th8+ 4.Th6 Txh6+. Nella posizoone 2 il Bianco vince semplicemente continuando con 1.Te1 Ta4+ 2.Te4 Ta6 3.Te6+ Txe6 4.fxe6.

Come studiare i finali?

Possiamo raccomandare alcune forme di studio.
  1. Soprattutto l'analisi delle proprie partite ("conosci te stesso e tu conoscerai la verità"). Ad ogni scacchista sicuramente è capitato di giocare tanti finali interessanti. Analizzandoli con cura e studiandoli si può non solo trovare gli errori ma anche arrivare alle conclusioni importanti per la comprensione dei finali in generale.
  2. Lo studio dei finali istruttivi giocati dai migliori scacchisti moderni e del passato. Le partite commentate non solo tramite le varianti ma soprattutto verbalmente acquisiscono qui un valore particolare. Bisogna sottolineare, però, la necessità di elaborare l'atteggiamento critico, di sviluppare il proprio punto di vista, che in alcuni casi potrebbe non essere identico a quello del commentatore.
  3. Lo studio della letteratura scacchistica specializzata, per esempio "I finali negli scacchi di Averbakh, "La teoria dei finali di torre" di Smyslov e Levenfish, la Jugoslava "Enciclopedia dei finali" etc. Lavorando con tali volumi è importante non "annegare" nel flusso d'accumulata informazione ricordando che alla fine conta non tanto la quantità delle posizioni memorizzate quanto il contributo dato al proprio sistema delle conoscenze dei finali. La risoluzione degli studi. Un lavoro sistematico con la composizione scacchistica permette di: a) aumentare il volume delle posizioni teoriche (con le quali spesso finiscono le varianti principali e secondarie negli studi) già conosciute. b) approfondire la conoscenza dei principali metodi di gioco nei finali. c) perfezionare la tecnica del calcolo delle varianti, le capacità analitiche.
Nel seguente diagramma, trovate la soluzione da soli, poi controllate se la vostra risposta è corretta. Siate perseveranti nella ricerca della soluzione!

V. Chehover

Il Bianco si salva nel modo inaspettato: 1.Rf8!! d2 Dopo 1...e2 2.Te7 Rd1 3.f5 il pedone arriverà fino a f7 raggiungendo la posizione di patta teorica. 2.Td7 e2 3.Txd2+! Rxd2 4.f5 e1=D 5.f6 e la sfortunata disposizione del Re e della Donna del Nero permette al bianco di portare il pedone in f7, raggiungendo la patta teorica.

A cosa serve risolvere studi come questo?
  1. Si allarga il volume delle posizioni teoriche già conosciute (la posizione finale della soluzione).
  2. Si sviluppa la fantasia (la mossa 1.Rf8!! non è del tutto evidente).
  3. Si elabora la capacità di approfondire l'analisi (a prima vista il problema sembra irrisolvibile).
Cosa, esattamente, bisogna conoscere sui finali?

La comprensione profonda di un finale di un qualsiasi tipo si basa sui quattro fondamenti:
  1. La conoscenza dei finali teorici.
  2. La precisione nel calcolo delle varianti.
  3. Lo studio dei tipici metodi di gioco.
  4. L'analisi delle posizioni da giocare (non teoriche).
I finali teorici.

Tutti i finali negli scacchi possono essere divisi in due categorie: finali teorici e finali da giocare. I finali con la quantità limitata dei pezzi sulla scacchiera (di regola fino a 7), la valutazione dei quali è esatta e può essere definita immediatamente senza alcun calcolo delle varianti, sono considerati teorici. L'allargamento delle conoscenze delle posizioni teoriche facilita le ricerche delle soluzioni nelle posizioni di gioco difficili, mentre l'ignoranza in questa materia può provocare situazioni indesiderate o addirittura imbarazzanti. Ancora nel 1906 S. Tarrasch analizzò una delle posizioni chiave per tutta la teoria dei finali di torre.

S. Tarrasch, 1906

Mossa al Nero. Il nero raggiunge la patta continuando con 1...Ta7+ Perde 1...Ta8 2.Tg1+ oppure 1...Tg2 2.Re8 seguito da 3.e7. 2.Td7 2.Rd6 Rf8; Rd8 Rf6 2...Ta8! La più precisa, ma per pattare sono sufficienti quasi tutte le altre mosse della Torre nera sulla colonna 'a'. Per esempio, 2...Ta1 (o addirittura 2...Ta5) 3.Re8+ Rf6 4.e7 Re6 5.Rf8 Tf1+ 6.Re8 Ta1 con parità. Perde solo la mossa 2...Ta6?? 3.Re8+ Rf6 4.e7, e il Nero è rovinato a causa della mancanza dello scacco sulla colonna 'f'. 3.Td8 Dopo 3.Rd6 Rf8 la patta è evidente. Su 3.Tb7 (o 3.Tc7) è più semplice per il Nero continuare con 3...Rg6 4.Rd7 Rf6 5.e7 Rf7. 3...Ta7+! Qui la mossa 3...Ta1? perdeva dopo 4.Re8 e 5.e7. 4.Rd6 Ta6+ 5.Re5 Ta5+! 6.Td5 Ta8 7.Td7+ Rg6! con parità. E ora vediamo il finale di una partita giocata 23 anni dopo da scacchisti che non hanno bisogno di nessuna raccomandazione.

Capablanca - Mencik
Hastings, 1929-1906


Abbiamo la stessa posizione di Tarrasch spostata di una verticale, il che non cambia niente. Il finale di questa partita sarebbe stato di nessun interesse se almeno uno degli avversari avesse dimostrato la conoscenza dell'analisi di Tarrasch. La partita è andata così: 1...Ta6?? 1...Tb8!; 1...Tb4 2.Tb7? 2.Rf8+ 2...Ta8! 3.Te7 Ta6?? 4.Rf8+ Rg6 Perdeva anche 4...Rh8 dopo 5.f7 Ta8+ 6.Te8 Ta7 7.Te1 (è possibile anche Td8 seguito da Re8) 7...Ta8+ 8.Re7 Ta7+ 9.Rf6. Ma la "commedia degli errori" non è finita qui... 5.f7 Ta8+ 6.Te8 Ta7 7.Te6+ Rh7 8.Re8?? Il modo più semplice per vincere è il seguente: 8.Te1 Ta8+ (se 8...Rg6 9.Rg8) 9.Re7 Ta7+ (se 9...Rg7 10.f8=D+) 10.Rf6 Ta6+ 11.Te6 Ta8 12.Te8 Ta6+ 13.Re5 Ta5+ 14.Rd4. 8...Ta8+ 9.Re7 Ta7+?? Dopo 9...Rg7 10.Ta6 Tb8 11.Ta7 Tf8 (11...Tc8) si sarebbe di nuovo verificata la posizione di parità. 10.Rf6 e il Nero abbandona. Invece la posizione seguente fu giudicata erroneamente persa per il Nero da Tarrasch.

Tarrasch 1909

Mossa al Nero. Tarrasch argomentò la sua valutazione con i seguenti ragionamenti. Dopo 1.a7 si verifica, senza dubbio, la posizione di patta. Il Nero fa le sue mosse d'attesa con la torre sulla colonna 'a' oppure con il Re (solo sulle case g7 e h7), e quando il Re bianco farà il tentativo di liberare la Torre a8 giocando Rb6 (b7) allora la Torre nera darà qualche scacco obbligando il Re del Bianco ad allontanarsi dal pedone dopodiché tornerà di nuovo sulla 'a'. Però con il pedone in a6 la situazione non è così chiara. Il tentativo del Re nero di avvicinarsi al pedone del Bianco non è reale: la colonna 'e' è "minata". Non appena il Re nero occupasse la casella e7 (o e6), il Bianco giocherebbe immediatamente a7 minacciando Th8 e a quel punto al Nero mancherebbe un tempo, vuoi per tornare in g7 vuoi per avvicinarsi al pedone bianco. Il comportamento passivo del nero permetterà invece al Bianco di introdursi in a7 con il Re (ecco perchè il pedone va tenuto in a6) e, di conseguenza, liberare la torre bianca con la mossa Tb8 seguita da promozione imparabile. Ecco, ad esempio, la variante citata da Tarrash per confermare la vittoria del bianco: 1... Rf7 2.Rf3 Ta4 3.Re3 Rg7 4.Rd3 Rf7 5.Rc3 Rg7 6.Rb3 Ta1 7.Rb4 Rf7 8.Rb5 Tb1+ Se 8...Ta2 9.Td8 Re7 10.Td4 Ta1 11.Ta4 Tb1+ 12.Ra5, oppure 9...Tb2+ 10.Rc6 Tc2+ 11.Rb7 Tb2+ 12.Ra7 Re7 13.Tb8 vincendo. 9.Rc6 Tc1+ 10.Rb7 Tb1+ 11.Ra7 Re7 12.Tb8 Ta1 13.Rb7 Tb1+ 14.Ra8 Ta1 15.a7 Rd6 15...Rd7 16.Rb7 Tb1+ 17.Ra6 Ta1+ 18.Rb6 Tb1+ 19.Rc5 16. Rb7 Tb1+ 17.Rc8 Tc1+ 18.Rd8 Th1 19.Tb6+ Rc5 20.Tc6+ Rb5 20...Rd5 21.Ta6 21.Tc8 Th8+ 22.Rc7 Th7+ 23.Rb8 e il Bianco vince. V. Rauser e I. Rabinovich non accettarono questa analisi; successivamente la stessa posizione fu dettagliatamente studiata da P. Romanovskij. Nella variante di Tarrasch il Nero perdeva perchè si atteneva alla tattica passiva. Per salvarsi gli era necessario avere la possibilità di attaccare il Re del Bianco con la Torre quando esso arrivava a difendere il pedone a6, senza però permettergli di nascondersi in a7. Perciò il piano di base è quello di riuscire a trasferire la Torre da a1 sulla sesta traversa, preparando l'attacco laterale. Adesso è facile trovare la soluzione nella posizione iniziale: 1...Ta5! 2.Rf3 Tf5+ 3.Re4 Tf6 4.Re5 Minacciando 4.Tg8+. 4...Tc6 5.Rd5 Tf6 6.Rc5 6.a7 Ta6 6...Rh7 7.Rb5 Tf5+! 8.Rb6 Tf6+ 9.Rb5 Tf5+ 10.Rb4 Tf6 11.a7 Ta6 11...Tf7?? 12.Th8+ 12.Rb5 Ta1 13.Rb6 Tb1+ ed è patta. Nonostante il fatto che le posizioni appena esaminate siano relativamente semplici, possiamo mostrare parecchi esempi in cui addirittura i Grandi Maestri sono stati poco convincenti nel loro gioco in questo tipo di finali.

Szabo - Tukmakov


Mossa al Bianco. Il pedone 'h' in questa posizione non ha molta importanza. Per pattare il Bianco deve solamente attendere mantenendo la possibilità d'attacco laterale del pedone a5. Ad esempio: 1.Tb5 Rd6 2.Tf5 Ta1 3.Rh2! a4 4.Tf4 a3 5.Tf3 Rc5 6.Tb3 Rc4 (6...a2 7.Ta3) 7.Tf3 Rb4 8.Tf4+. Come vediamo è possibile forzare la patta senza particolari preoccupazioni, bisogna solo sapere come si fa... La partita è invece andata così: 1.Rg2?! Rd6 2.Rf2?! Ta2+ 3.Re1?? 3.Rg1! manteneva ancora la posizione di patta. 3...Ta1+ 4.Re2 Perdeva anche 4.Rd2 a causa di 4...Th1! 5.Txa5 h3 6.Th5 h2 7.Re2 Ta1! 4...a4 5.Th6+ Se 5.Txh4 a3 6.Ta4 a2 e poi Th1! 5...Re5 6.Th5+ Rf6 7.Rf2 a3 8.Rg2 Tc1 9.Ta5 Tc3 e il bianco ha abbandonato.
Senz'altro il processo di studio delle posizioni teoriche deve essere un processo creativo. Memorizzando le posizioni del genere e i metodi di gioco, è necessario giungere a delle conclusioni e generalizzazioni che permettano di allargare il volume delle posizioni teoriche in un certo tipo di finali. Per esempio, analizzando la posizione 6, è stato stabilito che il Nero raggiunge la patta se riesce a trasferire la Torre all'attacco laterale del pedone a6 senza permettere alla Torre bianca di lasciare la casa a8. P. Romanovskij ha individuato la seguente zona di patta per tale finale:


Se il Re bianco si trovasse dentro la zona evidenziata, allora il Nero riuscirebbe a pattare, trasferendo la Torre sulla sesta traversa. Invitiamo i lettori a persuadersi di ciò da soli. Per aumentare ed approfondire le conoscenze sulle posizioni teoriche bisogna anche cercare di imparare alcune regole che potrebbero risultare utili per trovare delle soluzioni giuste anche nelle posizioni sconosciute. Questo lavoro potrebbe risultare più appagante rispetto alla semplice memorizzazione delle numerose posizioni teoriche. Ad esempio, per rendere fruttuoso l'attacco del pedone difeso dal Re con la Torre, quest'ultima ha bisogno di un certo spazio - la distanza tra la Torre e il pedone non deve essere meno di tre verticali. Nella seguente posizione il Nero non riesce a salvarsi a causa della sfortunata posizione della Torre (troppo vicina al pedone) e del Re nero in g6.

M. Grigoriev, 1937

1...Tb7+ Era minacciata 2.Tg1+. 2.Rd6 Tb6+ Se 2...Rf6 3.Tf1+ e poi 4.e7. 3.Rd7 Tb7+ 4.Rd8 Rf6 Se 4...Tb8+ 5.Rc7 Tb2 6.Te1. 5.e7 Tb8+ 6.Rc7 Te8 6...Th8 7.Te1 Rf7 8.Rd7. 7.Rd6 Tb8 8.Tf1+ Rg7 9.Rc7 Ta8 10.Ta1! Th8 11.Rd7 e vince. Le difficoltà nel memorizzare le posizioni teoriche riguardanti i finali di Torre sono anche determinate dalla loro concretezza: il cambiamento di un dettaglio a prima vista insignificante può modificarne la valutazione. Nell'ultimo diagramma mettiamo il Re nero in g7 anziché in g6 (è la posizione migliore perchè in alcuni casi il Re ha la possibilità di andare in f8).

M. Grigoriev, 1937

1...Tb7+ 2.Rd6 Tb6+ 2...Rf8? 3.Ta8+ Rg7 4.e7 3.Rd7 Tb7+ 4.Rd8 Tb8+ 5.Rc7 Tb2 6.Tf1 Ta2 ed è patta perchè la torre in conformità alla regola di 3 verticali ha occupato la posizione giusta. Vogliamo ancora una volta richiamare la vostra attenzione sulla necessità dell'approccio creativo allo studio delle posizioni teoriche: la loro memorizzazione non deve essere meccanica, ma pensata e logicamente motivata; ogni posizione memorizzata dovrebbe entrare a far parte del vostro sistema di conoscenze generali sui finali.

giovedì 21 agosto 2008

Recensione: The Dynamic English

Ho sentito parlare molto bene del libro The Dynamic English di Tony Kosten; dopo averlo visto in vendita a Rocca Priora durante la seconda edizione del festival internazionale castelli romani mi sono deciso ad acquistarlo... devo dire che non ha deluso le mie aspettative! Si tratta di un libro di impostazione "user-friendly", estremamente chiaro, che aiuta a capire in profondità un'apertura così complessa come l'inglese. Il sistema scelto dall'autore conosciuto con il nome di "accelerated fianchetto" è considerata una scelta perfetta per un giocatore dallo stile d'attacco e aggressivo. L'ordine di mosse consigliato da Kosten 1.c4 2.g3 3.Ag2 permette di mantenere una certa flessibilità: nelle prime mosse il bianco non gioca la "classica" mossa di cavallo Cb1-c3, generalmente oggetto di inchiodature in alcune varianti, e rimanda lo sviluppo del cavallo in g1 per poterlo sviluppare in f3 o in e2 a seconda delle esigenze. Nel libro viene trattato anche l'impianto Botvinnik (1.c4 2.g3 3.Ag2 4.e4 5.Cge2) che permette diversi approcci alla posizione: attaccare sul lato di donna, giocare al centro grazie alla spinta d2-d4 al momento giusto oppure cercare un attacco da matto sull'ala di re con f2-f4. Il libro è molto completo, vengono trattate praticamente tutte le risposte a disposizione del nero dopo 1.c4 (1...e5, 1...c5, 1...Cf6, 1...f5, 1...g6, 1...c6, 1...e6, 1...b6) in ordine di popolarità. Non va dimenticato il dettagliato albero delle varianti, che permette di utilizzare agevolmente il testo anche in fase di analisi. Le parti di analisi e prosa sono perfettamente bilanciate, rendendo il libro ottimo sia per i principianti che per i giocatori un po' più navigati. A causa del piccolo formato e del basso numero di pagine (144) resta un libro poco completo per i giocatori sopra i 2200 punti elo: mancano ad esempio i rientri in altre aperture (generalmente di donna), anche se Kosten ha comunque fornito qualche variante alternativa per chi vuole continuare a giocare in "stile inglese".
Concludendo si tratta di un ottimo libro che non può mancare nella biblioteca di ogni giocatore d'inglese. Se volete sentire un'altra campana, potete leggere l'ottima recensione del Maestro Internazionale Jeremy Silman che lo definisce "the best repertoire book on the English available".

mercoledì 20 agosto 2008

Strategia nel finale: l'espansione

L'espansione è un principio strategico che prevede un cambio di pedoni per penetrare nel territorio nemico con il re o un altro pezzo, ottenendo così un qualche vantaggio (generalmente si applica per attaccare i pedoni deboli avversari). L'applicazione pratica più famosa di questo concetto è la posizione dopo 34.f5 della Geller - Hort del 1968, praticamente onnipresente nei libri di strategia del finale!
L'idea di geller è di cambiare i pedoni "e" ed "f" per riuscire a penetrare con i propri pezzi nell'ala di re nera. 34...Ag3 35.fxe6 fxe6 36.Dg6+ Rf8 37.Dxe6 Axe5 38.Re4 Ah2 39.Rf5 Ag3 40.Ad2 Ah2 41.Ae3 Df7+ 1-0 Hort abbandonò vista la posizione praticamente persa. Il nero infatti deve impedire una qualsiasi entrata del re nemico in g6, mentre il bianco gode di maggior libertà, potendo portare il proprio re nell'ala di donna. Per esempio 42.Dxf7 Rxf7 43.Ad2! Più forte dell'immediata 43.Re4. Si noti che dopo 44.Ac3 il re nero è legato alla difesa del pedone g7. 43...Ad6 44.Ac3 Ag3 Il nero è ormai in totale zugzwang. 45.Re4 g6 46.Rd5 e il bianco ha vinto.

martedì 19 agosto 2008

Il tema dell'autostallo negli studi e nella pratica

Il tema dell'autostallo è uno dei metodi difensivi più efficaci per forzare una patta. Consiste nel limitare il movimento del proprio re fino alla paralisi e non sono affatto rari sacrifici di uno o più pezzi per raggiungere questo scopo. Uno studio di Berger del 1980 illustra questo tema in maniera esemplare.

Il bianco muove e patta.

A prima vista il bianco sembra spacciato: il suo re non farebbe in tempo a bloccare il pedone di torre nero, ma in realtà è presente la seguente manovra per forzare lo stallo. 1.f4! Rc7 L'unica, le alternative 1...gxf4 2.h4 a5 3.h5 gxh5 4. gxh5 a4 5.h6 a3 6.h7 a2 7. h8=D+ e 1... a5 2.h4 a4 3.h5 gxh5 4.fxg5 a3 5.g6 a2 6.g7 a1=D 7. g8=D+ Rb7 8. Df7+ Rc8 9.De6+ Rb7 10.gxh5 sono vantaggiose per il bianco. 2.fxg5 e adesso il bianco può forzare la patta indipendentemente dal gioco del nero grazie alle mosse 3.Rg3 4.Rh4 e 5.g3.
Ma l'autostallo non è roba per soli compositori: casi simili possono verificarsi anche nella pratica. Vediamo un esempio recente.

David Navara - Peter Svidler
Fide GP, Sochi 2008.

48...Re8 Non porta a niente lo scacco 48...Tc4+ 49.Rg3 h4+ 50.Rf3 Tc3+ 51.Rg4 patta. 49.Txb3! E grazie a questo sacrificio David Navara si assicura la patta. 49...Txb3 Autostallo!

lunedì 18 agosto 2008

Monday's Chess Puzzle #23

Muove il bianco.

martedì 12 agosto 2008

Machgielis Euwe


Pubblico un interessante articolo di Fabio Lotti sul grande Max Euwe, l'olandese che a sorpresa divenne campione del mondo. Ricordo che questo articolo è stato pubblicato nella rivista L'Italia Scacchistica.

La prima sfiga di Machgielis Euwe fu quella di detenere la corona di campione del mondo tra due mostri inarrivabili: il mitico Alekhine ed il colossale Botvinnik. Un vaso di terracotta tra due vasi di ferro. La seconda risiedette nella sua semplice, grigia, monotona normalità. Niente colpi di testa, niente tic, niente bizzarrie a rendere colorita la sua vita di pur ottimo insegnante e studioso di matematica. Molte attività, è vero, da pugile a nuotatore, da aviatore ad autore di numerose pubblicazioni, tutte svolte, però, con quella razionalità e quel pacato buonsenso espressi anche nel gioco degli scacchi che non attirano certo le simpatie dei biografi. E la pochezza di studi sul Nostro (si fa per dire), in relazione a quella dedicata ad altri campioni, sta a dimostrare la modestia dell’interesse suscitato. Insomma Max Euwe sembra proprio il parente povero della regale tribù dei Grandi Cervelloni della scacchiera. Anche perché il suo regno dura lo spazio di un mattino. Un paio di anni, dal 1935 al 1937 dopo avere strappato lo scettro mondiale al già citato Alekhine.
Ma come era riuscito nell’impresa? Facciamo un passo indietro per vedere cosa aveva combinato in campo scacchistico prima dell’incontro fatale. Nasce a Watergraafsmeer, oggi sobborgo di Amsterdam, il 20/05/1901. Bambino prodigio, impara gli scacchi a sei anni dalla madre ma non viene buttato in giro a fare il fenomeno da baraccone come succede spesso in simili casi. A 20 anni diventa campione d’Olanda, titolo che mantiene per molto tempo ininterrottamente. Grande Maestro a 27 anni ad un certo punto arriva per lui il momento di un ripensamento su ciò che deve fare nella vita: lasciare gli scacchi per dedicarsi anima e corpo all’insegnamento di matematica, o continuare anche lungo questa via.
L’incontro del destino, quello che lo porta a fare una scelta risolutiva avviene con Hans Kmoch, Maestro e teorico austriaco stabilitosi in Olanda che lo convince a tenere duro e a lanciare addirittura la sfida al campione del mondo. Kmoch non sarà stato un fior fiore di giocatore (più noto come didatta è da ricordare il suo libro "I pedoni anima degli scacchi" pubblicato dalla Prisma) ma era senz’altro un tipo tosto e risoluto che andava al sodo e sapeva convincere le persone. D’altra parte non si vedono in giro altri degni pretendenti se non il sorprendente Flohr. Anche perché quello vero, quello giusto (leggi Capablanca) è oculatamente evitato dal detentore del titolo. Il match viene fissato per l’autunno del 1935 ad Amsterdan. C’è un anno e mezzo di tempo per la preparazione che sarà fisica, teorica e pratica, preparata minuziosamente nei più piccoli dettagli: studio delle aperture, partecipazione a vari tornei assistito da due secondi di eccezionale valore come Maroczy e Floh. Gli olandesi sembrano impazziti, un po’ come è succederà a noi italiani per la vittoria al campionato del mondo di calcio del 1982, scendono per le strade, svaligiano i negozi di tutto quello che può ricordare in qualche modo il nobile gioco. Un entusiasmo per Re e Regine che si protrarrà nel tempo dando frutti importanti allo scacchismo di questa nazione. Chi fosse Alekhine non c’è bisogno che lo spieghi ai lettori. Basta ricordare che strappa lo scettro all’inimitabile Capablanca nel 1927, in seguito strapazza letteralmente lo sfidante Bogoljubow nel 1929 e nel 1934, e inanella una serie di splendidi successi nei tornei di Sanremo, Bled, Berna che lo convincono, se ancora ce ne fosse bisogno, di essere il più forte del mondo.
Il 3 ottobre 1935 inizia il match. La sfida si svolge in varie città dell’Olanda, l’assegnazione del titolo si basa su trenta partite. L’andamento dell’incontro è altalenante con iniziale fuga di Alekhine che passa addirittura a condurre per dieci a quattro. Lo sfidante tiene bene con il Bianco ma rivela grossi problemi con la difesa Francese. Decide di cambiare repertorio e di difendersi spingendo di due passi il pedone di Re. E’ la mossa giusta. Si passa a 12 a 12, poi si arriva a 14-12, il finale è +9=13-8 per Euwe. Un trionfo, anche se ottenuto con la differenza di un solo punto, che molti spiegano più con la crisi del campione che con la forza dello sfidante. Lasker afferma che le facili vittorie precedenti lo hanno reso troppo sicuro di sé, che non è più abituato a risolvere gli intricati enigmi sulla scacchiera e non si è portato dietro nessuno che lo aiuti. Inoltre beve, fuma come un turco, sente nostalgia della patria, ha problemi familiari, è sofferente di cuore. Notizie che già sappiamo e sulle quali è inutile insistere.
Nel periodo che va dalla fine del primo incontro all’inizio del secondo tutti e due i giocatori partecipano ad alcuni tornei senza però entusiasmare. Soprattutto il nuovo sfidante sembra in declino tanto che la FIDE preme per un confronto tra il campione del mondo e il già citato Capablanca. Ma Euwe ha una sola parola e la vuole mantenere. Alkhine sarà ancora il prossimo avversario, anche perché pensa proprio di batterlo! E’ lui stesso a raccontarcelo "Come ho già ammesso, ero fiducioso ed ottimista prima del match del 1937, ed avevo ragione di esserlo. Dopo il match del 1935 avevo partecipato a tre tornei ai quali aveva preso parte anche Alekhine e sempre ero finito davanti a lui. Anche i risultati personali mi vedevano in testa, né Alekhine aveva fatto meglio negli altri tornei". Il campione russo è in splendida forma. Botvinnik ci fa sapere che nel torneo di Nottingham del 1936, quando sulla scacchiera si materializzava una posizione complicata, l’illustre avversario, dopo avere effettuato la mossa, si alzava ed iniziava a girare intorno al tavolo come un nibbio dimostrando sia la poca correttezza ma anche la ferma volontà di prevalere. Ha smesso di fumare, appare fresco e roseo, lucidato a puntino. Un altro uomo o, se vogliamo, un uomo rinato.
Il 5 ottobre del 1937 a l’Aja inizia la rivincita su trenta partite. Questa volta ha portato con sé un "secondo" di valore, il Grande Maestro Eliskases e si è ben preparato nello studio delle aperture. Tanto ben preparato che nel sesto incontro sacrifica un Cavallo in una nota variante della difesa Slava. Euwe è perplesso, non si fida della cattura che lo condurrebbe a incredibili complicazioni e perde la partita. Il campione del mondo è assistito da un tris di cervelloni niente male: Flohr, Grunfeld e Kmoch che non gli evitano, però, la sconfitta. Resiste nella prima parte, poi deve cedere per un secco quindici e mezzo a nove e mezzo. A fine match riconosce con la sportività che gli è propria la superiorità dell’avversario "Alekhine ha ristabilito la sua reputazione di più forte giocatore di scacchi vivente, ed ha confermato di essere anche il più grande scacchista di tutti i tempi!".
Non è che la storia di Euwe finisca qui. Basta sfogliare una qualsivoglia enciclopedia per notare una buona serie di vittorie e piazzamenti nei più forti tornei internazionali. Nel 1948 torna in lizza per il titolo mondiale ma rimane all’ultimo posto nel match organizzato per designare lo sfidante. Viene eletto presidente della FIDE nel 1971, incarico che mantiene per un decennio fino al 1981, anno della sua scomparsa.
Euwe è stato un grande studioso di teoria il che me lo rende più simpatico. Ci ha lasciato, senza citare altre pubblicazioni, ben 12 volumi di teoria delle aperture, altrettanti sul centro partita e otto volumi sui finali. Buon giocatore di match ha incontrato i più grandi campioni del tempo perdendo spesso solo di misura. Su di lui circola la frase lapidaria di Vincenzo Castaldi "Euwe è stato il più grande giocatore senza talento" che sicuramente colpisce per la sua efficacia. Totò diceva, storpiando di proposito la grammatica, "Signori si nasce. Ed io lo nacqui". Con i suoi lineamenti regolari ed il portamento impeccabile Il sig. Machgielis Euwe sarà stato anche sfigato e senza talento, ma rimane pur sempre uno dei più grandi campioni della storia degli scacchi. Rimane, soprattutto, un signore. Un vero, inappuntabile signore.
Fabio Lotti

lunedì 11 agosto 2008

Monday's Chess Puzzle #22

Muove il bianco.

sabato 9 agosto 2008

Prime scoperte

Avere insieme tre persone riunite nel mio ufficio come Manganelli, Serbelloni e Rinesi era da comica. Due che non parlavano e dovevano parlare e uno che parlava anche troppo quando, magari, doveva stare zitto.
“Bene, bene, bene eccoci ancora una volta riuniti per cercare di risolvere anche questo caso…”.
“E lei che si lamentava che a Siena e dintorni non succedeva mai nulla di eclatante!”
“Manganelli, non è il momento di sottolineare…Non credo che il Signore, o chi per lui, abbia fatto uccidere alcune persone per farmi contento”.
“No, però…”
“A Manganè, diamoci un taglio”.
“Diamocelo”.
“Anche perché questa povera ragazza merita un discorso serio. A proposito, hai saputo chi è?”.
Manganelli fece il solito sorrisetto furbastro seguito da una spallucciata come per dire “E c’è bisogno di chiederlo?”.
“Commissario, lei mi sottovaluta”.
“No, no io ti considero proprio quello che sei, stai tranquillo. Tira fuori il rospo e falla meno lunga”.
“La povera ragazza è, anzi era, Maria Esposito di ventidue anni, abitante a Siena in via Petrucci 4”.
“Bel colpo. E come hai fatto…”.
“Mi permetta di mantenere il segreto. Ho i miei mezzi di ricerca personali che vorrei tenere ben custoditi”.
“Non è che per caso questi mezzi di ricerca personali si siano avvalsi di una telefonata che i genitori della ragazza in questione hanno fatto alla polizia non vedendola tornare a casa? La butto lì, tanto per indovinare”. Il volto di Manganelli si cosparse di un omogeneo rossore.
“Beh, non è proprio così..ma, insomma…andiamo al sodo, commissario”.
“Andiamoci”.
“La ragazza è figlia unica di genitori provenienti da Napoli, aveva diciotto anni e frequentava l’Università di Siena. Una brava ragazza, studiosa, senza grilli per la testa, aveva il suo moroso come hanno tutte le ragazze di quella età ma senza nulla di serio. Almeno per il momento”.
“Hai parlato con i genitori?”.
“Solo con la madre per telefono. Pensavo che ci volesse parlare di persona”.
“Hai fatto bene. Ci andremo dopo avere fatto quattro chiacchiere anche con i miei devoti esperti della scientifica”. A sentire quattro chiacchiere i due incominciarono ad agitarsi, perché per loro erano già tante due parole. Non ho mai trovato nella mia lunga vita persone così diverse nel fisico ma spiccicate identiche nell’essere restie a tirar fuori il fiato di bocca per esternare le loro idee. Per carità brave persone, seri professionisti, il Serbelloni medico legale e il Rinesi esperto, espertissimo della scientifica. Studiosi e sinceramente attaccati al lavoro. Niente da dire sui loro rapporti estremamente dettagliati, precisi e scritti, tra l’altro, in buon italiano. Il che non guasta. Il guaio veniva durante il passaggio dalla parola scritta a quella orale, e per tirargli fuori una sola frase c’era da sudare come i dentisti. Mi guardarono con sospetto.
“Calma, ragazzi, non c’è nulla da temere. Dovete solo farmi edotto delle vostre scoperte. Chi per primo vuole incominciare?”. Mai domanda ebbe effetto più negativo.
“Visto che tutti e due non vedete l’ora di aprire bocca decido io chi incomincia per primo. La parola al nostro medico legale Serbelloni”. Il quale Serbelloni, si asciugò il volto con le sue manine paffute , si sistemò meglio sulla sedia che conteneva a malapena una parte del suo posteriore, sbuffò due o tre volte e alla fine incominciò, mentre tutti eravamo fissati su di lui come fosse la Sibilla Cumana “Non ho avuto molto tempo per esaminare accuratamente il cadavere, ma posso dire con una certa dose di certezza che la ragazza è morta per strangolamento tra le dieci e le undici di questa mattina”. Detto questo sbuffò di nuovo e smise di parlare.
“La ringrazio per lo sforzo che ha fatto, ma, dico io, qualche altra notizia non guasterebbe. Per esempio, si sono notati altri segni di violenza sul corpo?”.
“No, ma c’è un altro particolare”.
“E che aspetta a dircelo!”.
“Ecco, prima di morire strangolata, con una certa difficoltà, tra l’altro…”.
“Come sarebbe a dire?”.
“Sarebbe a dire che l’assassino ha dovuto stringere ripetutamente il collo per ottenere il suo scopo. I segni lo dimostrano in maniera inequivocabile”.
“Passiamo al particolare di prima”.
“Bene, prima di essere strangolata la ragazza deve avere preso qualcosa che l’ha fatta addormentare”. A questo punto Serbelloni tirò fuori un fazzolettone bianco con il quale incominciò a tergersi la fronte che incominciava a colare. Siccome la cosa andava per le lunghe…
“Per caso vuole farsi anche una doccia, Serbelloni?” ringhiò Manganelli.
“Dai primi accertamenti, che controlleremo ancora, sembra che abbia fumato una buona dose di Rutella-cannabis, un oppiaceo che serve a rilassare il sistema nervoso. Se preso a dosi massicce porta ad un sonno profondo”.
“Uno spinello, insomma…”
“Più che uno spinello. La Rutella non scherza. Ti addormenta in un batter d’occhio”.
Accidenti! Non vi è altra traccia lasciata dall’assassino, maschio o femmina che sia?”.
“Nessuna”.
“Quindi si presume che portasse dei guanti”.
“Esatto”.
Non c’era nulla da fare. Il Serbelloni era così. O prendere o lasciare. L’unica cosa ragionevole era lasciarlo libero e leggere attentamente il suo referto.
“Allora, Serbelloni, se non c’è altro…” Il Serbelloni strinse la bocca e scosse le guance paffute.
“…può andare”. Il Serbelloni si alzò a fatica emettendo un gemito soffocato che voleva essere di liberazione, fece una specie di sorriso e se ne andò traballando così come era venuto.
“Bene, ora tocca a lei, Rinesi”.
“Non credo di poter aggiungere molto”.
“Chissà perché, ma questo quasi me lo immaginavo”.
“Nel senso che le cose più importanti le ha riferite il mio collega…”.
“Mi dica quelle più frivole, che ci divertiamo”.
“Le impronte delle gomme appartengono ad una Punto…”.
“Bene…”.
“Male, invece, ce ne sono troppe in giro. Difficile da trovare, anche se le gomme sembrano parecchio consumate. Abbiamo trovato anche delle impronte di scarpe”.
“Questa, almeno, sarà una buona notizia”.
“Non direi”.
“Oltre che parco di parole anche pessimista, eh?”.
“Non è colpa mia se le scarpe erano avvolte da una robusta fascia di nailon”.
“Altro?”.
“Il pedone”.
“Quale pedone?”.
“Il pedone degli scacchi”.
“Già, me ne ero dimenticato. Bravo Rinesi, la mia memoria incomincia a fare cilecca”.
“E’ un pedone in legno di buona fattura”.
“Si può risalire al venditore?”.
“Sarà difficile, è stato fatto a mano”.
“Allora basta fare il giro degli artigiani…”.
“Ho l’impressione che non basti”.
“Un piccolo segno di ottimismo mai, eh!”.
“A naso direi, data qualche imperfezione, che l’assassino se l’è fatto da solo”.
“Allora, purtroppo, viste le dimensioni, ci azzecchi senz’altro. Altro ancora?”.
“Altro”.
E così si concluse il colloquio con Rinesi.
“Che ne pensi, Manganelli?”.
“Un tipo particolare”.
“Non intendevo cosa ne pensi di Rinesi, che ormai conosco a memoria, ma del delitto”.
“Ci sono due cose che mi hanno colpito: la Rutella cannabis e il fatto dei segni alla gola”.
“Spiegati meglio”.
“Questa Rutella cannabis non l’avevo mai sentita nominare”.
“Nemmeno io”.
“Deve essere un nuovo oppiaceo”.
“Mi era venuta voglia di chiederlo a Serbelloni, ma poi ho desistito…”.
“La capisco, lei in fondo ha un cuore tenero. Dicevo questa benedetta Rutella e quei segni alla gola dimostrerebbero che l’assassino o si è divertito a strozzarla più volte così tanto per soddisfazione, oppure non aveva forza. Tutta l’energia l’ha spesa per il trasporto a mano del cadavere dalla macchina al luogo dove lo abbiamo trovato”.
“Mmmm…può essere”.
“Oppure…”.
“Oppure?”.
“Forse si è lasciato prendere dall’emozione…”.
“Dopo una buona una delle tue. Se prima l’ha stordita, o addormentata con uno spinello di quella roba lì, si è messo i guanti alle mani ed ha coperto le scarpe con il nailon, mi sa che non sia un tipo facilmente emozionabile. A me dà l’idea di uno piuttosto freddino”.
“Scherzavo, commissario, scherzavo…Le pare che io possa tirar fuori una congettura di tal genere?”.
“Non mi pare proprio, Manganelli”.
“Appunto”.
“Ne sono convinto”.

lunedì 4 agosto 2008

Monday's Chess Puzzle #21

Mossa al bianco.