sabato 18 ottobre 2008

Il secondo ed il terzo delitto

Le prime scoperte sulla morte della povera Maria furono anche le ultime. Non riuscimmo a trovare nulla di nulla che ci potesse essere di aiuto per le indagini. La ragazza non aveva nemici e il suo fidanzato, l’unico che in qualche modo assai remoto potesse essere sospettato aveva, invece, un alibi di ferro. Come se non bastasse a questo se ne aggiunsero altri due a quindici giorni di distanza l’uno dall’altro. Una vera mazzata. Ve li racconto in maniera succinta, perché se mi ci soffermo troppo, di sicuro mi scoppia un’ ulcera.
Ero in ufficio insieme a Manganelli, mi pare di venerdì del mese di…di…non ricordo bene.., ad interrogare un gruppo di ragazzacci dai quindici ai vent’anni che erano stati sorpresi a bruciare le macchine nella zona di San Prospero della mia città. Un passatempo, come quello di gettare i sassi dai cavalcavia, che allora andava tanto di moda nel nostro paese.
“Chi di voi è il capobanda?”. I delinquentelli si guardarono fra loro accennando ad un tipo dai capelli a spazzola basso e tarchiato che si alzò dalla sedia con un sorrisetto ironico.
“Mi sembra che non abbiate capito dal vostro atteggiamento la gravità della situazione. Tu dunque, saresti il capo di questa combriccola?”. Il ganzetto aprì le mani in segno di assenso facendolo seguire da una sfrontata biascicatura di cilingomma.
“Bene, bene vedo che sei un osso duro. Intanto butta via nel cestino codesta robaccia che hai in bocca”. Il tono non ammetteva repliche. Il capobanda sorrise, dette uno sguardo ai suoi affiliati, poi tolse di bocca la gomma, la mise tra l’indice e il pollice e la scagliò direttamente nel cestino centrandolo in pieno. Poi si dondolò spavaldo sulle anche.
“Bel colpo. Come bello è stato quello di bruciare le macchine. Solo che il primo non vi costa nulla, mentre il secondo vi costa qualche annetto di galera”. Qualche ragazzaccio incominciò a sbiancare, mentre il capello a spazzola sorrise ancora, anche se in maniera meno convincente.
“Tuttavia prima di sbattervi tra le sbarre mi piacerebbe conoscere il motivo di questa bravata. Tu come ti chiami?”.
“Franco”.
“Allora Franco, perché avete bruciato quelle macchine?”.
“Ma…non saprei, per passatempo, la sera ci si annoia, la solita vita, le solite cose. E poi lo avevano già fatto a Roma e a Parigi…”
“Certo, non era bello rimanere indietro. Siena non doveva essere da meno…”.
“Insomma, commissario, per provare qualche emozione”.
“Come sono cambiati i tempi!” intervenne Manganelli che li stava osservando con gli occhi torvi. “Io, quando ero giovane, per avere una sferzata di adrenalina, andavo a rubare le ciliegie. Una volta il contadino mi acciuffò e mi dette una di quelle scariche di legnate…”.
“Manganelli! Ti pare il momento di raccontare le tue bravate? Qui siamo di fronte ad un fatto grave, gravissimo…”.
“E’ vero, commissario. Ma dico, ragazzi, non ve ne rendete conto?”. La frase del mio braccio destro cadde nel vuoto perché proprio in quel momento bussarono con insistenza alla porta.
“Avanti!”.
“Commissario, mi scusi se la interrompo, ma nei giardini di Vico Alto è stato trovato un cadavere”.
La notizia mi colpì come un pugno di Tyson al basso ventre. Non svenni per volontà degli dei e per la prontezza dei riflessi di Manganelli che, nonostante la pinguedine, fu pronto a sorreggermi. Ci recammo nel luogo indicato lasciando la banda dei teppisti sotto la custodia del Pasquini. Arrivammo nella zona suddetta a sirene spiegate come aveva voluto il mio salvatore. D’altra parte ogni tanto bisognava che gli dessi soddisfazione. E l’occasione forse se la meritava. Ad attenderci c’era già un bel capannello di gente curiosa che circondava una panchina vicino alla quale stava per terra un signore. Al nostro arrivo tutti si voltarono verso di noi.
“Largo, largo! Lasciate passare la polizia!” gridò Manganelli con volto accalorato. Poi, rivolgendosi ad altri tre sottoposti che erano venuti con noi, “Tenete lontana la gente, mandatela via. Non vogliamo nessuno intorno”.
“Chi ha scoperto il cadavere?”.
“Manganelli, ti vedo vispo e pimpante e ciò ti fa onore. Ricordati, però che ci sono anche io”.
“Mi scusi, commissario, mi ero lasciato prendere…”.
“Non lasciarti prendere. Calma e sangue freddo. Dunque chi ha scoperto il cadavere?”. Si fece avanti un signore anziano con gli occhiali e dal viso spiccicato a quello di una tartaruga delle Galapagos.
“Io” rispose debolmente, diventando un po’ rosso dall’emozione. “Mi sono avvicinato a questa panchina dove era seduto…era seduto quel signore…Mi scusi…”
“Sono il commissario Marco Tanzini, non si preoccupi, capisco la sua agitazione. Parli con calma. Si prenda tutto il tempo che vuole”.
“Sa, sono vecchio e…”.
“Il commissario ha detto che la capisce, signor…?” chiese Manganelli.
“Mi chiamo Quinto Carlesi”.
“Bene, vada avanti”.
“Dunque…mi sono avvicinato alla panchina dove quel signore sembrava che dormisse ripiegato su se stesso. Mi sono messo a sedere vicino a lui. Poi, appena l’ho toccato con il braccio, è caduto disteso in avanti. Ho come avuto un tuffo al cuore, commissario. Mi è venuta una paura…”.
“La capisco, la capisco…”.
“Il cuore ha incominciato a battermi forte, commissario, lei mi capisce…a questa età…”.
“Il commissario ha già detto che la capisce!” intervenne Manganelli con un tono un po’ alterato.
“Manganelli, lascia stare…”.
“Lascio stare, ma questo insiste…”.
“E’ un povero vecchio. Un po’ di comprensione, via. Senta, signor Quinto, per caso ha visto qualcuno prima di lei seduto su questa panchina, o comunque qualcuno che parlasse con il…insomma con quello che è poi caduto?”.
“No, non mi pare”.
“Ci pensi bene”.
“Il commissario le ha chiesto se ha visto qualcuno prima e non dopo che si è messo a sedere!” urlò quasi Manganelli.
“Via, ora stai esagerando”.
“Commissario, ma questo non capisce…”.
“Vorrei vedere te alla sua età”.
“Intanto ci devo arrivare”.
“Anch’io. Grazie, signor Quinto. Prima di andare via lasci le sue generalità…”.
“Che cosa?”.
“Pensaci te, Manganelli”.
Il cadavere dell’uomo che dai documenti si rivelò essere quello di Luigi Ermini, di anni settanta, abitante in via Sant’Angelo numero 5, era disteso davanti alla panchina con la faccia tesa verso terra. Il commissario lo rivoltò e mise a nudo il volto stropicciato dall’erba con un rigagnolo rosso che partiva dal naso. Evidentemente il colpo dovuto alla caduta aveva aperto qualche piccola ferita. All’infuori di questo particolare niente segni di violenza.
“La morte lo ha colto all’improvviso. Da una parte beato lui…” disse Manganelli
“Dall’altra beato te che giungi subito a conclusioni affrettate. Raccogli quel foglio che sembra l’involucro di una caramella e…e…”.
“Che cosa le prende, commissario?”.
“E…apri la sua mano destra che…”.
“Ha paura che contenga qualcosa?”.
“Lo temo proprio”.
“Ecco fatto. Diciamo che lei è un buon veggente. Glielo dico?”.
“Dimmelo”.
“Nella sua mano destra ho trovato una pedina, o meglio, un pedone nero degli scacchi, commissario”.
Non riferisco i miei commenti per pudore nei vostri confronti. Dico solo che feci arrossire perfino Manganelli. Dall’esame dell’involucro i miei esperti della scientifica arrivarono alla conclusione che esso contenesse una caramella la quale, a sua volta, conteneva un estratto della terribile Infida-mastellaria.
“Infida-mastellaria? Ma che roba è?” chiesi questa volta al nostro stimato Serbelloni.
“E’ una pianta velenosa che si coltiva soprattutto a sud del nostro paese. Essa colpisce la parte destra o sinistra del cuore”.
“Così, a suo piacimento?”.
“Come le torna meglio. La morte è quasi istantanea”.
“Non l’ho mai sentita nominare”.
“Sono piante nuove, moderne, ma terribilmente letali”.
E questo fu tutto, nel senso che non riuscimmo nemmeno questa volta a cavare un ragno dal buco. Ma non era finita lì. Passati più o meno quindici giorni, ecco un’altra tegola in testa. Questa volta non mi trovavo nel mio ufficio, me lo ricordo bene, ma a casa perché era domenica. Tra l’altro mi ero proposto di leggere qualcosa di divertente che mi tirasse un po’ su il morale, ma la mia ricerca si stava facendo vana. Nel senso che nessuna opera umoristica riusciva ad essere ad un livello più alto del mio tragico umore. La telefonata di Manganelli accentuò ancora di più il dislivello.
“Capo…”.
“Quante volte ti ho detto di non chiamarmi capo. E poi ti ricordo che di domenica…”.
“Mi scusi, commissario, ma…ma…”.
“Non mi dire che oltre al cervello ti si è incantata pure la lingua, anche se a pensarci bene non sarebbe un gran danno”.
“Capisco il suo umore e proprio per questo cerco in tutti i modi di essere garbato”.
“A Manganè, se fai così il tuo garbo è peggio di un vaffan….”.
“Ho capito, commissario”.
“Bravo”.
“E’ stato trovato un morto”.
“Un altro?”.
“Un altro”.
“E dove, se è lecito?”.
“Al cinema”.
“Anche i morti hanno diritto al loro passatempo”.
“Vedo che l’ha presa bene”.
“Benissimo. Se fossero stati due l’avrei presa anche meglio”.
“Allora la sua non è lieve ironia ma un duro, feroce sarcasmo…”.
“Dì pure una discreta incazzatura, se il termine non ti fa effetto”.
“Nel modo più as…”.
“Mangané!”.
“Il morto è stato trovato al cinema Luxor”.
“Sarò lì tra un minuto e sarà bene che ci sia anche te”.
Arrivai al cinema che non c’era quasi nessuno. La cosa mi parve strana, ma poco dopo ne capii la ragione dal tipo di film che stavano proiettando. Trovai Manganelli già sul posto.
“Sono già arrivato, come vede”.
“Ti vedo, ti vedo. Allora, sai già cosa è successo?”.
“Credo di sì, mi sono dato subito da fare. Alla fine del primo tempo del film. Vuole sapere il titolo?”.
“Cosa vuoi che mi interessi il titolo, Manganelli. Vai al sodo, non tergiversare”.
“Alla fine del primo tempo del film…”.
“Lo hai già detto”.
“…all’accendersi delle luci in sala un signore di una certa età ha lanciato un urlo. I pochi habitué…”. Gli lanciai un’occhiata decisa.
“…Insomma quelli che di solito vengono a vedere questo genere di film…”.
“Non fare il razzista. Oggi tutti vengono al cinema”.
“Magari con le mogli ed i bambini”.
“Con le mogli ed i bambini”.
“Magari a vedere…a vedere…”.
“A vedere che cosa, Manganelli. Oggi me la fai più lunga di Serbelloni e Rinesi messi insieme. A vedere che cosa?”.
“…A vedere “Il randello dell’avvocato 2””. Rimasi di sasso, il randello mi aveva effettivamente colpito, ma non volli dargliela vinta.
“Ma figurati, con quello che c’è in giro oggigiorno che cosa vuoi che sia il…
“Il ran…”.
“…quello lì…In ogni modo lasciamo perdere…De gustibus…”.
“De che?”.
“Fa niente Manganelli,…Piuttosto c’è ancora chi ha scoperto il cadavere?”. Il mio braccio destro fece un cenno di assenso con la testa.
“Bene, sentiamo che cosa ha da dirci”. Lo “scopritore” era un tipo strano dagli occhiali spessi e dalla faccia mal rasata. Emanava anche un odore particolare che faceva a pugni con il profumo.
“E’ lei quello che si è accorto del cadavere?”.
“Sì, sono io”.
“Ci dica quello che è successo”.
“Era da poco finito il primo tempo di un film che ad essere sincero…”.
“Lasci stare il film che già mi immagino come sia”.
“Dunque si erano accese le luci, quando io mi alzo un po’ per sgranchirmi e girandomi butto lo sguardo su una persona alle mie spalle. E incomincio a gridare”.
“E perché?”.
“Ma perché, perché…lo può vedere anche lei…”.
Vedendolo anche io riuscii a capire la ragione dell’urlo. Il disgraziato era un tal Ferdinando Falugi di sessanta anni, pensionato, abitante in via dei Pellai 3. Era seduto sulla poltrona con le braccia allargate e il viso leggermente rialzato verso l’alto. Quello che mi colpì era l’espressione terrorizzata ed i due occhi che quasi erano usciti dalle loro orbite.
“Un bella vista, non c’è male. Possibile che sia l’effetto del film?” commentò Manganelli. Non era l’effetto del film ma, come ci spiegò più tardi il solito Serbelloni, della Larussitia-horribilis, un’altra pianta velenosa, che aveva mandato il Falugi all’altro mondo tra le diciotto e trenta e le diciannove, per mezzo di una caramella il cui involucro era stato rinvenuto ai piedi del medesimo.
“Ancora una caramella?”.
“Purtroppo, ancora”.
“Ma siamo sicuri?”. Il Serbelloni non rispose, ma arrossì lievemente.
“Facevo così per dire. E questa volta qual è l’effetto di questa Larussa…?”.
“Larussitia”.
“Di quella lì”.
“Colpisce il nervo ottico e provoca un collasso nervoso”.
“Come se si vedesse il diavolo in persona?”.
“Più o meno, o forse più”.
Rutella, mastellaria, larussitia… ma…ma questi nomi latinizzati derivano dai nostri uomini politici. O sbaglio?”.
“Non sbaglia”.
“Ma perché questa scelta così inusuale?”.
“Perché questi nomi danno proprio l’idea degli effetti che possono provocare i veleni”.
“Porc…la spiegazione non fa una grinza”.
Nessuno degli habitué, come diceva il Manganelli, che erano presenti alla proiezione, riuscì a fornirci una pur misera indicazione sulla persona che, in qualche modo, si era avvicinata al povero Falugi. Il fatto, poi, che si fosse trovato un Cavallo bianco stretto nella sua mano sinistra, ad eccezione di una acuta diarrea al sottoscritto, non fornì nessun aiuto alle indagini.
Fabio Lotti

venerdì 10 ottobre 2008

Un puzzle per il weekend

Di solito si è abituati a risolvere problemi di natura tattica, eppure ci sono posizioni interessanti da analizzare che basano le loro soluzioni su posizioni di carattere posizionale. Cercate di risolvere il puzzle seguente. Per leggere la soluzione basta evidenziare lo spazio tra le parentesi. Muove il nero.
[Il nero deve impedire la spinta del pedone c del Bianco. Karpov giocò così 17...Tc4!? cedendo un pedone per bloccare le case chiare centrali. Si noti che dopo 18.Dxa7 Dc6 19.Da3 Tc8 l'alfiere bianco è privo di gioco attivo.]

giovedì 9 ottobre 2008

Maggioranza pedonale vincente

Studiare le strutture pedonali è di vitale importanza per chi vuole migliorare la propria visione strategica. Inutile dire che le maggioranze/minoranze pedonali sono uno dei temi ricorrenti nei manuali che trattano l'argomento.

Capablanca - Alleati
Lodz 1913
La posizione è chiaramente vinta per il bianco per due motivi: la sua maggioranza pedonale sul lato di re è estremamente mobile e la pressione sulla colonna 'c' contro il pedone debole nero in c6 è potentissima. Ovviamente ci vuole un accurato gioco strategico per avere la meglio... e chi ci può mostrare come vincere magistralmente questa posizione se non il mitico Capablanca? 29...f5 Mossa forzata, bisogna impedire a tutti i costi la spinta f4-f5. 30.Df3 Dd7 31.Rg3 Tf8 32.Da3 Ta8 33.Dc3 Tc8 Serie di mosse che dimostra come il bianco può giostrarsela come vuole anche sul lato di donna. 34.Dc2 Rg8 35.Rf3 fxg4+ 36.hxg4 Df7 37.Re3 Mossa d'attesa. Spingere subito con 37.f5?? permette al nero di vincere piuttosto facilmente grazie alla manovra forzata 37...gxf5 38.gxf5 Dh5+ 39.Re3 Dg5+ 40.Rd3 dg3+ 41.Rd2 Th6. Adesso seguono una serie di mosse preparatorie piuttosto semplici da capire. 37...Tf8 38.Tf1 Dd7 39.Dg2 De7 40.Tfc1 Tef6 41.Tf1 Rh8 42.Dc2 De8 43.Dh2 De7 44.Tf3 Te6 45.Rf2 a5 46.f5
46...gxf5 47.gxf5 Dg5 48.Df4 Txf5?? Mossa buttata, probabilmente gli alleati si erano stufati di difendere una posizione persa. L'unica aternativa 48...Dh5 49.f6 Tg8 50.Tc1 lascia il bianco in posizione comunque vinta. 49.Dxf5 Dd2+ 50.Rf1 Tg6 51.Df8+ Tg8 52.Df6+ Tg7 53.Tg3 1-0

mercoledì 8 ottobre 2008

Anatolij Karpov


Per la rubrica i re degli scacchi, pubblico un interessante articolo di Fabio Lotti su Karpov ,già apparso nella rivista l'Italia Scacchistica. Ricordo che questi articoli sono pubblicati in seguito ad accordi con l'editore; è quindi vietata la distribuzione o la vendita.

Trinets, Cecoslovacchia, 1967. Gli organizzatori di un torneo internazionale di scacchi attendono alla stazione il treno proveniente da Mosca. La Federazione sovietica, organismo onnipotente ma affetto da frequenti disguidi burocratici, ha promesso l'invio di due rappresentanti dell’URSS, in risposta all’invito cecoslovacco. Dal treno scendono due ragazzi poco più che quindicenni che si dirigono verso il luogo convenuto per l’appuntamento. Il più piccolo dei due, un ragazzino imberbe di corporatura gracile ma dal volto freddo e compassato, si presenta educatamente: "Buon giorno siamo inviati dalla Federazione sovietica per partecipare al vostro torneo giovanile". Gli organizzatori impallidiscono e uno di loro farfuglia: "Ma come, deve esserci un equivoco: il nostro non è un torneo giovanile, ma una importante manifestazione internazionale, con diversi fortissimi maestri!". E adesso chi glielo dice ai russi che hanno mandato due poveretti al macello? Il giovanottello non si scompone e replica: "Non preoccupatevi, farò in modo di vincere il torneo lo stesso, per non creare problemi a nessuno"(J. Estrin "La parola ai campioni del mondo", Prisma, Roma 1993, pag. 171). E la promessa è mantenuta. Karpov, l’esile fanciullo, si piazza primo e alle sue spalle, ex aequo, il suo amico Kupreickick. E' l’avvio di una grande avventura. All’inizio l’ho odiato, lo confesso. Un odio sportivo naturalmente, o meglio una specie di rancorosa irritazione per avere usurpato, così credevo, il trono "abbandonato" di Fischer. Ebbi la netta sensazione di un furto perpetrato a danno dello scacchiamo occidentale, a cui il mitico Bobby (oggi un po’ meno mitico) aveva ridato dignità e splendore. Un impatto duro, estremamente negativo. Il suo aspetto, poi, contribuiva ad accrescere questa istintiva, superficialissima ed errata valutazione: tutto lindo, preciso, asettico, con una faccia da primo della classe in cui era difficile scorgere un qualche pur vago fremito di umana commozione. Il "ghiacciolo di Mosca" fu l’appellativo coniato (e allora mi parve azzeccatissimo) per esprimere la sua compassata e indecifrabile personalità. Il nostro Campione nasce a Zlatoust negli Urali il 23 maggio 1951 e fin da bambino, a quattro anni, incomincia a fare la conoscenza di Re e Regine sotto la guida premurosa del padre. E' fatta, il destino è compiuto. Il ragazzo promette bene, il grande Botvinnik lo prende sotto le sue ali e lo fa crescere. A quindici anni diventa Maestro. Poi traccheggia un po' ma nel 1970 si laurea Grande Maestro. Ha inizio la sua strepitosa carriera: primo al torneo di Mosca del 1971 e poi ad Hastings, a San Antonio, a Leningrado e a Madrid negli anni successivi. Il 1974 è un anno particolare perché iniziano gli incontri per il torneo dei Candidati al titolo mondiale detenuto dall’americano Robert Fischer. Non è per Karpov una passeggiata dovendo affrontare tipetti come Polugaevskij, Spassky e Korchnoj. Soprattutto con il terribile Victor la lotta è particolarmente agguerrita. Si qualifica chi per primo vince cinque partite, oppure chi è in vantaggio di punti dopo ventiquattro partite. L’inizio è travolgente. Karpov riesce a distanziare l’avversario di tre punti, poi crolla, perde due incontri quando mancano solo tre partite alla fine. Con uno sforzo sovrumano si riprende e riesce a mantenere il vantaggio. Diventa lo sfidante di Fischer, l’americano che ha sbalordito il mondo scacchistico per la sua forza, per la sua straordinaria abilità. Molti lo danno perdente come Boris Ivkov che non lo ritiene ancora maturo, ma c’è anche chi ha fiducia in lui dato che il campione del mondo in carica da tre anni si è astenuto dal gioco competitivo tanto che Taimanov dichiara che "Fischer non può più essere lo stesso giocatore di un tempo". Poi si sa come andò a finire: le richieste impossibili dell’americano, la sua rinuncia al titolo che lasciò l’amaro in bocca a tanti suoi ammiratori, e quella specie di malumore verso Karpov che ho spiegato all’inizio. Anatolij, comunque, a dispetto di tutto e di tutti, diventa a ventitre anni il nuovo campione del mondo e onora in seguito il titolo con una serie impressionante di vittorie nei più forti tornei internazionali, tanto da far zittire anche i critici più stizzosi e accaniti. Che non la smettono, però, di punzecchiarlo di tanto in tanto per il gioco fatto (così dicevano) di passaggi stretti, di manovre lente, una specie di tic toc della scacchiera che muove la bocca allo sbadiglio. Intanto Korchnoj sta fremendo, se l'è legata al dito la sconfitta, colpa dei burocrati della Federazione che hanno fatto di tutto perché lo sfidante di Fischer fosse Karpov. Vuole la rivincita in ogni modo e ogni maniera "Rincorrerò Karpov per mare e per terra e lo inchioderò davanti alla scacchiera" dichiara ai quattro venti. Nella selezione dei Candidati fa fuori Petrossian, Polugaevskij e Spassky. Poi il match di Bagujo nelle Filippine nel 1978 finito +6=21-5 a favore di Karpov dopo una lotta durissima che non risparmia colpi di scena come l'apparizione nella sala da gioco di uno parapsicologo che avrebbe influito negativamente sul gioco dello sfidante. Dal 1979 al 1981 Karpov vince sette tornei di XV categoria. Tanto per gradire. Nel 1981 respinge ancora Korchnoj a Merano, questa volta più facilmente con un eloquente +6=10-3. Ma è in arrivo l’astro nascente Kasparov, il "ciclone" Kasparov con tutta la freschezza e la baldanza di un guerriero romantico. Nel torneo dei Candidati elimina facilmente Beljavskij, Korchnoj e il vecchi Smyslov. Ora davanti a lui non rimane che Karpov. A Mosca alle ore diciassette del 10 settembre 1981 ha inizio la prima partita. "Questo match, per la statura dei contendenti, è paragonabile ai più importanti avvenimenti di questo secolo, le sfide Alechine-Capablanca del 1927 e Fischer-Spassky del 1977" dichiara l’arbitro Gligoric. Il confronto è equilibrato ma non sono pochi quelli che prevedono una specie di vendemmia da parte dello sfidante. Come può la grigia Programmazione resistere alle bordate micidiali della Fantasia? Eppure dopo soli nove incontri Karpov conduce +4=5. Pare che abbia trovato il modo di imbrigliare il suo frenetico avversario che non riesce a far funzionare a dovere la sua Tarrasch con il nero nella apertura di Donna. Anzi, con questo sistema difensivo prende botte da orbi. Tutto facile? Niente affatto: dopo ventisei incontri +4=22, dopo quarantasei +5=40-1. Kasparov è in rimonta. Il 15 febbraio la situazione è +5=40-3. Il match si trasforma in una telenovela, o meglio in una maratona dove non si vede l’arrivo. Per diventare Re degli scacchi occorre totalizzare sei vittorie. I contendenti sono in apnea e hanno l’occhio in trasferta dell’ubriaco. Si prevede un crollo improvviso di Karpov che pare quello più suonato. E qui l’evento inatteso. Il Presidente della Fide Campomanes ferma il match. Polemiche a non finire. Il gesto viene visto come il tentativo di voler salvare il campione del mondo stretto all’angolo. Si prepara un nuovo incontro su ventiquattro partite per il novembre 1985 da effettuarsi ancora a Mosca. Il tifo si divide, ma non certo in parti uguali. La maggioranza degli scacchisti, almeno quella occidentale, va in brodo di giuggiole per Kasparov e fa le linguacce quando si parla del "ghiacciolo di Mosca". Karpov perde di stretta misura +3=16-5 e di nuovo è costretto alla resa nel terzo incontro del 1986 svoltosi tra Londra e Leningrado: +4=15-5, per un soffio! L’anno successivo è ancora lo sfidante ufficiale dopo aver battuto Sokolov +4=7. Questa volta è completa parità +4=16-4 ma, secondo i nuovi accordi, il titolo resta a Kasparov che già lo detiene. In questi quattro incontri su 120 partite il risultato è +16=87-17, una differenza di un solo punto. Incredibile! Ma non è finita qui. In qualità di sfidante sconfitto Karpov viene ammesso di diritto ai quarti di finale successivi. Sbarazzatosi di Hjartarson, Jussupov (il più coriaceo), e Timman, per la quinta volta consecutiva i due formidabili K sono l’uno di fronte all’altro, prima a New York e poi a Lione con l’occhio grifagno certo ma anche (mi immagino) con l’aria un po' scocciata e depressa di chi si vede davanti sempre la stessa faccia. Ancora una volta Karpov perde di misura con undici punti e mezzo contro i dodici e mezzo di Kasparov. Questo è, se Dio vuole, il loro ultimo incontro. Nel 1993 Kasparov, come sappiamo, in rotta con la Fide pensa bene di organizzare un suo mondiale e Karpov si ritrova ancora una volta senza muovere foglia campione del mondo. Da qui è iniziato un lento, decoroso declino. Ma come è veramente Karpov? Studente modello, laureato all’Università di Leningrado in Scienze economiche, lettore accanito e accanito collezionista di francobolli. Il primo impatto con lui è positivo "A chi lo incontra per la prima volta appare subito simpatico, soprattutto per i suoi occhi vivi e penetranti, che ne tradiscono la grande intelligenza. Poi il suo modo di fare, cortese e un po’ impacciato, contribuisce ad accattivargli molte simpatie" dichiara Adolivio Capece che lo conobbe per la prima volta in occasione delle Olimpiadi di Skopie nel 1977 poco dopo il match Fischer-Spassky (A. Capece "Le più belle vittorie del campione mondiale di scacchi Anatolij Karpov", Feltrinelli, Milano 1975). Il giudizio personale, così come quello di tanti amanti della ninfa Caissa nei confronti del Nostro è ora diverso, la prima negativa impressione ha lasciato il posto ad una valutazione più ponderata e riflessiva, sia nei riguardi della persona che del suo gioco. Oggi, di fronte ai piani di battaglia in cui regna assoluto il Rischio e l’Avventura, tutti tesi a imitare l’inimitabile, a realizzare impossibili tatticismi e combinazioni, si sente il bisogno di ritornare ad una strategia meno violenta, più studiata, più sensibile e razionale, a quelle mosse imprevedibili, falsamente grigie ed incolori che sprigionavano la loro tremenda energia solo dopo un lungo cammino. Al gioco del grande Karpov insomma, arcano e superbo come il responso delle antiche Sibille.
Fabio Lotti