venerdì 21 novembre 2008

Boris Spassky


Pubblico questo bell'articolo su Boris Spassky di Fabio Lotti, già pubblicato in passato nella rivista "L'italia scacchistica". Ricordo che questi articoli sono pubblicati in seguito ad accordi con l'editore; è quindi vietata la distribuzione o la vendita. Buona lettura!

Inutile negarlo. Durante il match contro Fischer per il titolo mondiale del 1972, svoltosi nella gelida Reikjavik, ero tra quelli che si sbracciavano per l’asso americano. Spassky nemmeno lo consideravo. Era stato messo lì per essere immolato sull’altare della dea Caissa. Punto e basta. Anche se lui avrebbe fatto di tutto, e lo fece, per evitare l’olocausto. In seguito, come succede spesso nella vita, mi sono un po’ pentito di quella specie di astio nei confronti non solo di un grande campione ma anche di un grande uomo. Sempre sereno, aperto e dignitoso. E la sua esistenza, simile a quella di molti altri campioni, non è certo stata tutta rose e fiori. Anzi, se c’è un elemento comune a tanti cervelloni della scacchiera, e se ne sarà reso conto chi mi ha seguito nei miei “profili”, è proprio il contrario. E il nostro Boris non fa eccezione. Nato il 30 gennaio 1937 a Leningrado si ritrova, da piccolo, nel bel mezzo della seconda guerra mondiale. La famiglia è costretta a fuggire a Mosca per ritornare nella città natale dopo cinque anni. La tragedia la spezza. I tre bambini, di cui egli è il secondo insieme ad un fratello più grande e ad una sorella più piccola, rimangono con la madre maestra, mentre il padre, ingegnere, si disinteressa quasi completamente di loro. Il rapporto con gli scacchi è casuale, impara le mosse a cinque anni, a nove si iscrive al Palazzo dei Pionieri di Leningrado dove incomincia a giocare in maniera sistematica. E, soprattutto, ha la fortuna di un istruttore come Vladimir Zac che capisce ed asseconda il suo talento. Boris è un concentrato di emozione e di freddezza e dopo una sconfitta capace di arrabbiarsi e perfino di piangere. La sua reputazione incomincia a salire dopo il 1950 con una serie di buoni risultati fino a conseguire il terzo posto ad Amsterdam nel torneo dei Candidati del 1956. Però non riesce a esplodere definitivamente, come è stato più volte sottolineato dai maggiori critici, per una certa immaturità psicologica e perché non gode pienamente dei favori del Palazzo che desidera seguire ed aiutare allievi più docili e malleabili. Nel 1963 lascia il suo allenatore Tolush, troppo focoso, sostituito da Bondarevsky e i risultati si vedono! Campione URSS nello stesso anno,vittoria ex aequo con Smyslov, Tal e Larsen all’Internazionale di Amsterdam del 1964. Nel 65 sconfigge Keres (sei a quattro), Geller (cinque e mezzo a due e mezzo) e infine Tal (sette a quattro) soprattutto per merito di un Gambetto inventato da quello spilungone statunitense di Frank Marshall sul quale prima o poi dovremo pur dire qualcosa, giungendo a sfidare Petrosian nel 1966. "Spompato alla meta?" si è chiesto qualcuno colpito dalla forza degli avversari e dalla durezza degli incontri. Stanco sì, ma non disfatto. Si prepara a dovere, pensa anzi di sfruttare la sua resistenza essendo più giovane, è entusiasta ed ottimista. Ma fa i conti senza l’oste perché Petrosian non è certo stato a guardare. Ecco cosa confida nell’intervista rilasciata a Juri Averbakh quando il match con Spassky sta per terminare "La mia preparazione è cominciata molto tempo prima dell’inizio del match. Spassky non aveva ancora terminato la finale dei Candidati con Tal che io avevo già elaborato con il mio allenatore un dettagliato piano di preparazione. Dapprima ho esaminato le mie partite al microscopio, poi sono andato a Tblisi per studiare da vicino i miei potenziali avversari. Una volta chiaro che Spassky avrebbe avuto la meglio, sono ritornato a Mosca e mi sono subito messo ad analizzare le sue partite…" ("Petrosjan oltre i confini della teoria" Prisma, Roma 1998, pag.197). Spassky si batte bene, resiste ma perde dodici e mezzo a undici e mezzo.
Nel secondo scontro per il titolo mondiale del 1969 il nostro Boris, ancora più forte di prima (ricordiamoci che si è sbarazzato di pretendenti al trono del calibro di Geller, Larsen e Kortchnoi) riesce perfino ad analizzare e capire la psicologia dell’avversario dai suoi atteggiamenti durante le partite: "Nel 1966 facevo molta fatica a capire lo stato d’animo di Petrosian, ma nel 1969 ero in grado di comprendere ogni suo gesto. Tutti sanno che tra una mossa e l’altra molti giocatori fanno qualche passo attorno al tavolo: quando Petrosian aveva paura di me, per esempio, camminava su e giù con aria fiera e altezzosa, come Napoleone, ma quando invece passeggiava tranquillamente, io sapevo che in quel momento era molto pericoloso: era come una tigre che se ne stava acquattata, pronta ad assalirmi. Per me erano informazioni importanti." ("La parola ai campioni del mondo" di Jakov Estrin, Prisma, Roma 1993, pag.145). Non è una passeggiata perché il nostro Tigran è sempre stato una roccia ma il punteggio di dodici e mezzo a dieci e mezzo non lascia dubbi. E’ al culmine del successo, il suo gioco "universale" lodato da tutti. Arrivano come perle la sua splendida vittoria contro Larsen a Belgrado nel 1970 e, sempre nello stesso anno a Siegen, quella contro Fischer. Già Fischer. Come è andata nel 1972 nella gelida Islanda lo sanno tutti. E’ stato detto e ripetuto millanta volte ed anche il sottoscritto ha intonato il suo peana in onore del grande Bobby in un precedente "profilo" a lui dedicato. Siedono di fronte l’Eroe e l’Antieroe per eccellenza, la democratica, aperta e libera America contro la chiusa, ottusa ed opprimente Unione Sovietica. C’è di che mandare in sollucchero tutti i patiti quadrettati di questo mondo e far risuonare fanfare massmediatiche più altisonanti del coro dell’Aida. Un vero successo mondiale per gli scacchi e per l’asso americano che si incorona con dodici punti e mezzo a otto e mezzo come era stato previsto dall’americano Byrne! Spassky fa la sua parte e non può fare meglio contro una furia scatenata nel pieno della sua energia vitale. La "Sfida del secolo", riportata da Mario Monticelli in un libro della Mursia dalla smagliante copertina rossa, ha incoronato il suo Re. Bello, elegante, strafottente. Che non manterrà le sue promesse.
Spassky comunque non demorde e nel primo match di qualificazione per la candidatura al titolo mondiale svoltosi a San Juan demolisce completamente l’americano Byrne (sì, proprio quello della funesta profezia!) con il punteggio di +3=3-0, e incomincia assai bene anche contro il giovane Karpov sconfitto per mezzo di una bella Siciliana. Che è anche l’ultima, perché Karpov in seguito adotta ripetutamente la tosta Caro Kann mettendo in crisi il suo illustre avversario. La contesa termina velocemente con un secco +4=6-1 che non ammette replica.
Da questo momento la vita scacchistica di Spassky rientra nella normalità tipica di quella di tanti altri Grandi Maestri: qualche bella vittoria contornata da deludenti prestazioni, e non mi voglio nemmeno soffermare sulla patetica rivincita con Fischer giocata nel 1992 ( rimando, semmai la curiosità del lettore al libro "Fischer-Spassky Vent’anni Dopo" di Pein, Levitt e Davies pubblicato dalla Prisma). Non ne vale la pena. Vale la pena, invece, sottolineare la personalità genuina e sincera di questo campione "antieroe", la sua istintiva simpatia, la sua curiosità intellettuale che spazia dall’arte alla letteratura, la sua innata cortesia. Il suo sorriso aperto di persona perbene. Della quale, credetemi, c’è tanto bisogno.
Fabio Lotti

giovedì 20 novembre 2008

Profilo: Emanuel Lasker

Claudio Reggiani mi ha inviato un ottimo articolo sul grande Lasker. Si tratta di una traduzione da questo pezzo in lingua inglese pubblicato su chess corner. Vorrei però spendere qualche riga sul bel progetto di Claudio, il sito Giocare a scacchi. Si tratta di un ottimo spazio sul nostro gioco con articoli che affrontano l'argomento da un punto di vista sportivo e teorico. Non mancano funzionalità extra come la scacchiera d'analisi, il forum, sondaggi e tante altre belle cose che vi invito a scoprire da soli. Il sito è ben curato anche dal punto di vista grafico. Per quanto riguarda questo spazio posso finalmente dire che riparte ufficialmente anche se in "versione ridotta", nel senso che rimarrà costantemente aggiornato ma non con la formula del post al giorno. Probabilmente cambierà anche il concept ma preferisco non anticipare niente. Per ora godetevi l'articolo su Lasker e tornate domani per leggere un nuovo profilo di Fabio Lotti!

Emanuel Lasker è nato a Berlinchen, in Germania il 24 dicembre 1868 (ora Barlinek, Polonia). Il suo insegnante di scacchi fu il fratello Berthold, più vecchio di otto anni, il quale giocò qualche torneo nei primi anni del 1880 e 1890 e si rivelò un forte giocatore per il suo tempo. Intanto Emanuel frequentò la scuola a Berlino per sviluppare le sue capacità matematiche, fino a perfezionarle all'università di Erlangen. I due fratelli erano poveri, ma ben presto riuscirono a guadagnare qualche soldo sfidando altri scacchisti nei locali di scacchi.
Nel 1892 raggiunse il suo primo importante successo in un piccolo, ma forte, torneo di Londra, dove arrivò primo con mezzo punto di distacco da Blackburne. Lasker giocò poi un secondo match contro Blackbourne e la sua incontrastata vittoria lo convinse della possibilità di diventare campione del mondo. Egli sfidò allora Tarrash, ma l'invito fu declinato, perchè il matematico non aveva ancora vinto un importante torneo.
Lasker si diresse negli USA per sfidare Steinitz per il titolo mondiale, divenne Campione del Mondo di scacchi all'età di 25 anni a Montreal e fu capace di mantenere quel titolo per 27 anni, il periodo più lungo di un campione mondiale di scacchi ufficialmente riconosciuto. Comunque, ci sono alcuni dubbi su chi fosse il miglior giocatore. L'opinione generale era che Steinitz, all'età di 58 anni, perse a causa della sua avanzata età e della sua insonnia. Tarrash disse: "Secondo me il match Steinitz - Lasker ha avuto un'importanza maggiore rispetto a quel che si meritava." Il fatto che Lasker non abbia vinto un importante torneo, prima dell'incontro contro Steinitz, non gli ha permesso di proclamarsi Campione del Mondo facilmente. Tarrash, che aveva avuto il miglior risultato nei tornei, richiese un titolo separato. Un nuovo campionato iniziò ad Hasting nel 1895 e si credeva che il vincitore sarebbe stato Lasker, Tarrash o Steinitz. Sorprendentemente il leader fu Harry Nelson Pillsbury, un giocatore americano, che complicò ulteriormente la questione per l'assegnazione del titolo, così più tardi i cinque migliori giocatori di Hastings (Pillsbury, Tchigorin, Lasker, Tarrasch e Steinitz) furono invitati ad un esclusivo torneo a San Pietroburgo, ma purtroppo Tarrash non potè accettare l'invito per un impegno professionale.
A San Pietroburgo Lasker vinse con due punti di vantaggio su Steinitz, che raggiunse il secondo posto. Ad ulteriore conferma del risultato, nel campionato mondiale a Mosca del 1896 Lasker vinse contro Steinitz con un punteggio di 12.5 - 4.5, il gran risultato di Lasker non lasciò più alcun dubbio sul nuovo detentore del titolo mondiale di scacchi.
Lasker ha sempre richiesto un ingente somma per la sua presenza nei match, poichè era stato testimone delle condizioni di affranta povertà di Steinitz e di altri giocatori, pertanto voleva che le condizioni migliorassero per i futuri giocatori di scacchi. Inoltre propose che ogni giocatore dovesse detenere il copyright sulle partite che disputava. Comunque, nonostante i suoi sforzi, egli stesso morì in miseria.
Ai primi del 1920 iniziarono estenuanti trattative tra Lasker e José Raúl Capablanca per organizzare l'incontro valido per il titolo mondiale. Alla fine, ottenuto un ingaggio di 11.000 dollari, il cinquantaduenne Lasker accettò di giocare a L'Avana su un limite di 24 partite; il torneo iniziò il 15 marzo 1921 ma bastarono 14 partite per concluderlo: il 27 aprile Lasker perse il titolo di campione del mondo, abbandonando l'incontro dopo 4 sconfitte e 10 patte, lamentando problemi di salute.
Lasker non voleva fare degli scacchi la sua principale occupazione, anche durante gli anni migliori egli proseguiva i suoi studi in matematica e filosofia, discusse con Albert Einstein la teoria della relavitivà. Dopo il Campionato del Mondo Lasker ritornò a lavorare in accademia ed a giocare a Bridge a livello internazionale. Nel 1933, a causa del regime fascista fu costretto ad abbandonare la Germania, senza denaro, cosìcchè nel 1934, all'età di 65 anni, tornò nello scenario scacchistico e dimostrò ancora un buon gioco. Alla fine si spostò definitivamente a New York, dove morì l'11 gennaio 1941 per una malattia ai reni all'età di 72 anni.